Fuori dal Guscio...«Anche per l’adolescente è importante conoscere gli altri per quello che sono, accettando i loro pregi senza sentirsi inferiori e i loro difetti senza inorgoglirsi. La parità, la reciprocità e, quindi, l’amore reciproco sono possibili nella misura in cui accettiamo i nostri stessi difetti e riconosciamo i nostri pregi, riempiendoci di gratitudine a Dio per quello che siamo.» La scheda allegata è tratta, con qualche adattamento, dal sussidio delle Pontifice Opere Missionarie 2005/2006. È un ottimo materiale per organizzara un incontro sulla autostima e il rapporto con gli altri.
Obiettivi: - Mettersi in gioco.
- Abbandonare pregiudizi o paure per confrontarsi con gli altri e conoscersi meglio.
1. Aquila o Pollo? Quando è venuto al mondo Gesù, il figlio di Dio, si è presentato all’umanità per quello che era all’inizio: un bambino. Senza vergogna, ha accettato di essere uomo tra gli uomini per conoscerli e farsi conoscere, per stabilire con loro un rapporto paritario di stima reciproca e per sperimentare la bellezza di essere diversi ma uguali, in quanto figli di un unico Padre. Anche per l’adolescente è importante conoscere gli altri per quello che sono, accettando i loro pregi senza sentirsi inferiori e i loro difetti senza inorgoglirsi. La parità, la reciprocità e, quindi, l’amore reciproco sono possibili nella misura in cui accettiamo i nostri stessi difetti e riconosciamo i nostri pregi, riempiendoci di gratitudine a Dio per quello che siamo. “Il confronto con gli altri: una risorsa“ Le interazioni con i coetanei hanno grande valore già dall’infanzia, ma durante il processo di crescita diventano fondamentali. In piena adolescenza diminuisce il numero di veri amici, si privilegiano i rapporti con pochi coetanei, si da importanza crescente agli aspetti psicologici dell’amicizia, in particolare all’autenticità, all’intimità, all’accettazione reciproca e alla condivisione di gusti, valori e aspirazioni. Per i maschi è importante fare delle attività insieme agli amici, mentre per le femmine è importante scambiarsi confidenze. Le ragazze considerano basilare sentirsi comprese dalle amiche e le loro relazioni sono contraddistinte da maggiore intimità, i ragazzi sono più riservati. Questa differenza non è determinata geneticamente ma è la conseguenza di stereotipi culturali, per cui i ragazzi tenterebbero a rispecchiare i tratti considerati maschili dalla nostra società, quali la prestazione fisica o il bisogno di primeggiare, mentre le ragazze si riconoscono in tratti psicologici considerati femminili, quali la disponibilità all’ascolto e alla comprensione degli stati d’animo altrui. Gli psicologi affermano che il compito evolutivo più importante degli adolescenti è la formazione dell’identità, cioè di una consapevolezza di se stessi (“Chi sono io?”) e la capacità di conservare la propria unicità e la propria continuità attraverso il tempo e le diverse situazioni. In questo processo è particolarmente importante l’elemento sociale: il ragazzo trova conferma o disconferma della propria identità soprattutto nel confronto con gli altri (coetanei, adulti significativi, istituzioni): il bisogno di “rispecchiamento” passa così dai genitori ai coetanei, anche se i primi restano a lungo un punto fisso di riferimento. Per questo motivo, il ragazzo trova nel confronto con gli altri (in carne ed ossa e non virtuali!) la possibilità di formare la propria identità. Conoscendo gli altri, conosce anche se stesso. Questo confronto con gli altri, però, spesso provoca ansia. I motivi sono diversi: insicurezza sul proprio aspetto fisico, l’aver paura di non piacere, di non essere simpatici o di non essere accettati. Così molti ragazzi appaiono chiusi o impacciati, nascondendo agli altri anche le cose belle che possiedono. Altri basano tutta la loro sicurezza sull’apparenza, si ostinano ad assomigliare in tutto ai modelli che i mass media ci presentano, comprando certi vestiti, usando un certo linguaggio o un certo atteggiamento. In realtà spesso si tratta soltanto di maschere che si mettono per nascondere la propria insicurezza. Un altro pericolo può essere quello di costruirsi un mondo irreale fatto di bei sogni, oppure virtuale (internet, televisione. ..) e rifugiarsi in esso, perché lì non bisogna affrontare la fatica delle relazioni vere. Per evitare di rimanere prigionieri delle proprie debolezze è importante mantenere la fiducia in se stessi e negli altri, sostenersi a vicenda e...buttarsi con un po’ di coraggio! “L’importanza dell’aspetto fisico...” La maggior parte delle volte non ci vediamo come realmente siamo. Spesso accade che valutiamo noi stessi con gli occhi degli altri: la famiglia, il ragazzo, gli amici, i colleghi. (Come ci giudicheranno? Piaceremo all’altro sesso? Come mi starà questo vestito? Perché mi fissano così, sarò in disordine?!). Chi siamo davvero? Sempre più spesso ce lo domandiamo, schiacciati dal mito dell’apparire, non riconosciamo più che ciò che davvero ci caratterizza sta dentro di noi, e nessuno lo può vedere se non attraverso i nostri gesti, i nostri sguardi, le nostre parole. Diamo così tanta importanza all’involucro dentro cui “abitiamo” da dimenticarci dì essere unici, speciali ed irripetibili, affascinanti ed interessanti proprio per i nostri tratti segreti, quelli del carattere e del temperamento oltre che per quelli fisici, nostri, naturali. Soprattutto, timorosi, ci chiediamo se andiamo bene così, o se forse dovremmo “aggiustarci” per essere accettati, per venire notati, per piacere. Soprattutto noi giovani, oggi, veniamo condizionati dal mito dell’apparire e dai canoni imposti dai giornali, dalla tv, dai media che esigono bellezze assolutamente virtuali, introvabili e fisse, prive di originalità. Le donne devono essere sempre tutte snelle, filiformi, eppure dotate di misure alla Jennifer Lopez, sode e sinuose, senza contare i capelli fluenti e innaturalmente decolorati, il trucco impeccabile, la pelle liscia, le labbra carnose e le unghie lunghe da fatalona. Gli uomini poi sono costretti a somigliare a Raul Bova, Brad Pitt e vari calciatori: muscolosi, ma non troppo, senza pancia e con invitanti addominali (la “tartaruga”), alti, ben sbarbati, profumati, mai pelati ed addirittura (oddio!) depilati, per non sembrare troppo selvaggi (è un mito ormai sorpassato quello del vitellone villoso e bisogna adeguarsi ai tempi!). E noi, come allocchi, ci adeguiamo e ci convinciamo che questi modelli siano “normali” e che siamo noi fuori forma, sbagliati, da rifare, insomma orrendi. E così prendono piede comportamenti alimentari scorretti, depressioni, malattie come l’anoressia e la bulimia, che spesso nascono da diete “fai da te” per rimettersi in sesto, quando in realtà l’insoddisfazione deriva proprio dal non essere belli nel modo in cui la società ci impone. La voce di... Gloria: SONO GRASSA, SONO UNA BOTTE, SONO UN BUE Oggi è un grande giorno. Il primo passo per i preparativi non può iniziare che con un rilassante bagno: montagne di schiuma alla pesca e un fiume d’acqua bollente, incenso e Elvis che suona per me. Tra “Love me tender” e “Hound dog” incomincio a pensare cosa indosserò e mentalmente faccio un inventario del mio armadio. Dopo aver messo la maschera sui capelli, così secchi e sfibrati, guardo il mio corpo riflesso nello specchio: sono grassa? Nemmeno io so quante volte mi pongo questa domanda in un giorno: 50, 70, 80 volte? (e pensare che la terapia dovrebbe incominciare a produrre i suoi frutti). Il fatto è che non mi sento di essere come sono. È buffo, uno sconosciuto mi riderebbe dietro: 39 kg per 1,68 cm e ti senti una botte? Ma non è questo il momento di fare certi pensieri. Oggi è un grande giorno. E sono felice. Felicissima. Strafelice. Da un mese gli ho promesso che sarei uscita e ora non posso tirarmi indietro (l’ha detto anche la dott.ssa Chiara). Tanto questi pensieri resteranno con me, presentando il conto alla fine della sera. E il water (del ristorante?) mi augurerà la buonanotte. Ma ora... Ora devo essere felice. Felicissima. Strafelice. Con i capelli ancora umidi, mi accingo a scegliere il look. Apro i cassetti dell’armadio e cerco l’ultimo acquisto, una camicia beige sciancrata, comprata grazie all’aiuto di un’Amica, ormai diventata personal shopper a tempo perso unicamente per me. Squilla il telefono. «Amoooo! Come procedono i preparativi?» «Volevo mettere la camicia che abbiamo preso l’altro giorno, ma non so con cosa abbinarla!» «Metti i jeans D&G e sotto alla camicia il lupetto nero, quello un po’ largo, così non ti si vedono le ossa!» Rido di gusto. Se me l’avesse detto un’altra persona, le avrei girato le spalle per tutta la vita, ma a lei, la mia super latina, no. Mai. Guardo di sfuggita l’orologio e mi accorgo che è tardissimo: afferro la piastra e passo velocemente i capelli, poi un po’ di fard, una passata di mascara, un filo di rossetto e voilà, sono pronta! Drin, drin. «Entra, è aperto». Mi metto gli stivali e mi torturo, per l’ultima volta, guardandomi nello specchio. Mi accorgo che è dietro di me. «Sei bellissima». Magari stasera non andrò in bagno. 2. Rifletti… “È più facile cercare consenso, che vivere secondo le proprie convinzioni.” (CdG/1 pag. 13) - All’interno del gruppo di amici riesco a vivere con serenità il mio essere me stesso confrontandomi con chi la pensa in modo diverso da me?
- Quando esprimo il mio punto di vista sono disposto anche ad ascoltare un opinione diversa dalla mia?
- Se la mia opinione è diversa da quella degli altri, la valuto seriamente o la scarto subito per evitare il confronto?
- Ho delle capacità positive da mettere a servizio degli altri?
- Penso di avere dentro di me qualcosa di unico e originale da comunicare agli altri?
- Mi capita di non esprimere le mie idee per paura del giudizio degli altri?
3. Diari di bordo? LA PERLA PREZIOSA Mi chiamo Katia, vengo dalla parrocchia di San Martino vescovo di Palazzolo Milanese. Il 3 ottobre 2004 sono diventata Suora Missionaria dell’Immacolata. Come mai una scelta così? Non mi è capitato nulla di speciale o di eccezionale, tutto è nato semplicemente da un incontro... Ero impegnata in oratorio come catechista e animatrice della domenica pomeriggio e facevo volontariato in una cooperativa di disabili e in un ricovero per anziani. Avevo 20 anni e facevo tutto senza sapere bene il perché, sentivo dentro il bisogno di donarmi agli altri, sentivo il dovere di dare del mio a chi mi stava accanto. Ma un giorno una frase dettami per caso mi ha mandato in crisi: «Noi non siamo semplici volontari, ma nel volto della persona anziana e inalata noi riconosciamo il volto di Cristo in croce che ci chiede aiuto». In Gesù io avevo sperimentato dentro di me l’Amore misericordioso, infinito e gratuito di un Dìo che mi è Padre. Sentivo il bisogno di donare questo amore ad altri soprattutto a chi non l’aveva mai ancora conosciuto. Ecco allora la missione: quanta gente del mondo non sa di essere amata così? L’incontro con Dio mi ha cambiato la vita e la gioia che avevo sperimentato desideravo appartenesse a tutti. Poi ho fatto una breve esperienza missionaria in Brasile e lì finalmente ho capito! Ti signore mi chiamava a portare il suo amore nel mondo. La Perla preziosa che custodivo nel cuore, l’amore di Dìo Padre che mi aveva conquistato, chiedeva il mio “Si” e quel “Si” ora si realizza con gioia nella mia consacrazione a Dio per la missione. sr. Katia Somaschini La nostra paura più grande La nostra paura più profonda non è quella di essere inadeguati. La nostra paura più grande è che noi siamo potenti al di là di ogni misura. È la nostra luce, non il nostro buio ciò che ci spaventa. Ci domandiamo: “Chi sono io per essere brillante, magnifico, pieno di talento, favoloso?” In realtà, chi sei tu per non esserlo? Tu sei un figlio dell’Universo. Il tuo giocare a sminuirti non serve al mondo. Non c’è nulla di illuminato nel rimpicciolirsi in modo che gli altri non si sentano insicuri intorno a noi. Noi siamo fatti per risplendere come fanno i bambini. Noi siamo fatti per rendere manifesta la gloria dell’universo che è in noi. Non solo in alcuni di noi, è in ognuno di noi. E quando permettiamo alla nostra luce di risplendere, noi, inconsciamente, diamo alle altre persone il permesso di fare la stessa cosa. Quando ci liberiamo dalle nostre paure, la nostra presenza automaticamente libera gli altri. (Nelson Mandela)
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