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Rimanere nell'amore fraterno PDF Stampa E-mail
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Scritto da Simone Pestelli   
Lunedì 27 Marzo 2006 21:56

Attività per riflettere sull'amore di Dio basata su Gv 15,17-19.

Brano di commento esegetico per la preparazione degli animatori e foglio con brano evangelico e domende per i ragazzi.

Rimanere nell’amore fraterno (Gv 15, 12-17)

12
«II mio comandamento è questo: che vi amiate scambievolmente come io ho amato voi.
13Nessuno ha amore più grande di chi da la vita per i suoi amici.
14 Voi siete miei amici, se fate ciò che vi comando.
15 Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il padrone. Vi ho chiamati amici, perché vi ho confidato tutto quello che ho ascoltato dal Padre mio.
16Non voi avete eletto me, ma io ho eletto voi, e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga, affinché qualunque cosa voi chiediate al Padre nel mio nome ve la conceda.
17Questo vi comando: amatevi a vicenda».

I rapporti tra Gesù e i discepoli assumono particolare intensità nella riflessione dei versetti 12-17, dove tutto si realizza nel frutto dell’amore. Nel primo colloquio Gesù aveva parlato del comandamento nuovo in 13,31-35. Anche in questo secondo colloquio il Profeta di Nazareth affronta il tema del suo comandamento, quello dell’amore fraterno. Esso si riassume in questo: «Che vi amiate scambievolmente come io ho amato voi» (v. 12).

Tentiamo, prima di procedere nel discorso di spiegazione, di riassumere la catechesi che il Maestro ha sviluppato ai suoi per coglierne la concatenazione. Rimanere uniti a Cristo come il tralcio alla vite vuoi dire rimanere nel suo amore, un amore che ha la sua origine nella vita di comunione tra le Persone divine, Padre, Figlio e Spirito Santo. Ma per rimanere uniti a Gesù e portare frutto la via che i discepoli devono percorrere è quella dell’osservanza dei comandamenti. A questa condizione soltanto si possono sperimentare i beni messianici, apportati dal Cristo, che sono la gioia e la pace.

A questo punto si inserisce l’ulteriore messaggio di Gesù: i comandamenti che la comunità messianica deve osservare sono compendiati nell’amore fraterno. Questo precetto del Signore più volte viene ricordato dal quarto evangelista nel vangelo e poi nella sua prima lettera: «Poiché il messaggio, che voi avete sentito fin da principio, è questo, che vi amiate l’un l’altro» (1Gv 3,11); «E questo è il suo comandamento... che ci amiamo l’un l’altro, conforme al comandamento che ci ha dato» (1Gv 3,23); «E noi abbiamo ricevuto da lui questo comandamento, che chi ama Dio, ami anche il proprio fratello» (1Gv 4,21). Questo è ciò che glorifica il Padre; questo è vivere da veri discepoli e portare frutti di testimonianza.
 
Ma qual è l’intensità di questo amore o meglio la qualità, la norma dell’amore al fratello? Una sola: l’amore che Gesù ha per i suoi. Se i discepoli possono amare è perché sono stati amati e il loro stile di amore è quello praticato da Gesù per loro. C’è però un particolarità da non trascurare nel nostro testo ed è l’uso dell’aggettivo singolare «mio», posto da Gesù in posizione di rilievo, quando egli parla del comandamento che ha per oggetto l’amore fraterno. Cosa significa questa sottolineatura del «mio comandamento»? Il comandamento è «suo» perché egli lo ha consegnato ai suoi con la sua parola, ma specie con la vita. E il punto vertice di questo dono è raggiunto sulla croce: «Nessuno ha amore più grande di chi da la vita per i suoi amici» (v. 13). È l’estrema dedizione di Gesù per i discepoli. Nessuno da una prova più intensa dell’amore di chi offre la propria persona per chi ama (cf. 1Cor 13, 3; Rom 5, 6-8).
 
Il Maestro è in questo modo che prova la sua gratuità e la sua universalità nell’amore. Desidera, tuttavia, dai suoi amici un contraccambio: la fedeltà allo stesso comandamento secondo il suo stile: «come il chicco di grano — il Cristo — non produce frutto se non è nascosto nella terra in cui muore (12, 24), cosi il tralcio può avere forza apostolica soltanto se è radicato nella fedeltà al Signore, dando testimonianza nella sofferenza e perfino nella morte»[1] . L’insegnamento di Gesù, dato con le parole e con i fatti, circa la misura del suo amore, Giovanni lo ha riespresso bene nella sua lettera: «Da questo abbiamo conosciuto l’amore, poiché egli ha dato la sua vita per noi, noi pure dobbiamo dare la vita per i fratelli» (1Gv 3, 16); e altrettanto dice la lettera agli Efesini: «Siate dunque imitatori di Dio, come figli diletti, e vivete nell’amore, come il Cristo che vi ha amati e per noi ha sacrificato se stesso, quale oblazione e sacrificio di soave odore a Dio» (Ef 5, 1-2).
La ricchezza dell’amore che lega Gesù e i suoi, e i discepoli tra loro, è dunque totale e di gran qualità. Ora i versetti che seguono aggiungono che l’amore di Gesù, come modello per i discepoli, non riguarda solo il sacrificio della vita, ma contiene altre prerogative: è rapporto di intimità fra amici e dono nella gratuità. Dice Gesù: «voi siete miei amici, se fate ciò che vi comando. Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il padrone. Vi ho chiamati amici, perché vi ho confidato tutto quello che ho ascoltato dal Padre mio» (vv. 14-15). Il segno più grande nell’amicizia è nello svelamento che l’amico fa all’amico dei segreti del suo cuore. L’amore di amicizia, di cui parla Gesù, non si impone, ma è risposta di adesione nella fedeltà. E il Maestro facendo partecipi i suoi dei segreti della sua vita, ha fatto maturare in loro una sequela, ha fatto capire loro che l’amicizia è dono gratuito che viene dall’alto; la vera amicizia è nell’ordine della salvezza. Per questo i suoi amici egli li ha scelti, amati, fatti confidenti delle cose del Padre, destinati a portare frutti di vita. Egli non è allora per loro il padrone, ma il padre e il confidente, ed essi non sono più servi, ma amici. Divenire discepoli del Signore è dono, è grazia, è elezione, è certezza di essere esauditi nelle proprie richieste fatte al Padre nel nome di Gesù: «Non voi avete eletto me, ma io ho eletto voi, e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga, affinché qualunque cosa voi chiediate al Padre nel mio nome ve la conceda. Questo vi comando: amatevi a vicenda» (vv. 16-17)[2] .
L’esistenza cristiana, come la stessa vita di Cristo, non è solo dono, gratuità, servizio, intimità di amicizia, ma anche qualcosa che è diffuso e travalica l’ambiente in cui si vive, è amore che si dona a tutti con generosità. Forse farà senso cogliere in Giovanni la sottolineatura di Gesù che il comandamento dell’amore fraterno va vissuto dentro la comunità dei fratelli di fede, a differenza invece dei sinottici, dove lo stesso comandamento verso il prossimo è inteso come amore universale, fino al nemico (cf. Lc 6,27-36). Giovanni, a ben riflettere, non è restrittivo, ma preferisce porre l’accento sul fondamento dell’amore più che sulla sua universalità: egli preferisce insistere sulla vita di comunione intima che unisce il Padre e il Figlio. Ora, proprio questa ragione ci fa capire che il vero amore fraterno non si esaurisce dentro i confini della comunità cristiana, in cui ogni discepolo vive, perché l’amore fondato su quello del Padre e vissuto in pienezza tra fratelli di fede, è un elemento di dinamismo apostolico. Più si vive in profondità la fede e l’amore, più tutti sono spinti a conoscere la testimonianza del vero discepolo di Gesù. Con sant’Agostino diciamo: «Rimanga dunque l’amore: questo è il nostro frutto. Questo amore consiste ora nel desiderio, non essendo ancora stato saziato»[3] , ma dove regna questo amore scambievole i discepoli diventano segno storico e concreto di Dio-amore nel mondo. Estratto da: Zevini, Vangelo secondo Giovanni, Città Nuova, Roma 19945
Per riflettere…
  1. Gesù dice che il comandamento dell'amore è "suo".
    1. Cosa significa che è "suo"?
    2. Quale è l'atto di amore più grande compiuto da Gesù?
    3. Come far diventare questo comandamento concreto nella nostra vita?
  2. "Dare la vita per gli amici"
    1. Esistono modi di dare la vita per gli amici che siano diversi dal “morire”?
    2. Ti è capitato di “dare la vita” per un amico?
    3. Ti sai rendere conto di quando un amico “da la vita” per te?
[1] Van Den Bussche, Giovanni. Commento al Vangelo spirituale, Assisi 1970, p. 492
 
[2] L’espressione del v. 16: «perché andiate e portiate frutto» ha una nota di missionarietà come dimostrano i verbi utilizzati: «eleggere, costituire, andare, portare frutto». Nel versetto viene preannunciata la fecondità apostolica e missionaria dei discepoli di Gesù. Se i sinottici sottolineano la dimensione apostolica dei Dodici in terra di Gallica (cf. Mc 6, 7-13 e par.), il quarto vangelo parla di ciò in terra pagana di Samaria (cf. 4, 35-38), mentre qui i discepoli vengono costituiti in missione per portare frutti duraturi. Il verbo «costituire» (= tithénai) è usato in genere nel Nuovo Testamento per l’elezione di un discepolo in vista di una missione nella Chiesa (cf. 1Cor 12, 28; At 20, 28; 1Tim 2, 7). In Giovanni i frutti duraturi sono la Chiesa, che i discepoli con Gesù devono costruire e a cui è promessa la perpetuità.

[3] Agostino, In Johannem 86, 3: PL 35, 1852
Ultimo aggiornamento Martedì 27 Giugno 2006 12:23
 
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