Una diramazione dell’Arno formante un isolotto in riva sinistra diede il nome, anticamente, ad un’area estesa in cui, negli anni cinquanta, si individuò il luogo adatto per fare nascere una “città satellite”. Con l’aumento della popolazione si rese necessaria la costruzione di una nuova chiesa, risultando ormai inadeguato un preesistente oratorio. I lavori iniziarono nel 1952 su progetto dell’architetto Guido Morozzi e la consacrazione avvenne il 22 dicembre 1957 dal cardinale Elia Dalla Costa.

Descrizione

L’esterno è semplice e lineare, in linee moderne essenziali, rivestito quasi interamente con pietra forte. Nell’interno, a croce latina, di notevole interesse sono il Crocifisso dell’altar maggiore con a fianco due tavole di Primo Conti, la Madonna col Bambino e Cristo risorto.

Il Crocifisso

Conti pittore ‘di destra’ e il crocifisso degli operai

Le opere d’arte non di rado hanno un’anima profonda quanto è profonda e complessa l’esistenza dei loro autori. Il rapporto fra estetica e vita è sempre stato problematico appunto a causa di tale complessità. E quando si semplifica pretendendo di separare estetica ed etica, estetica e contesto di vita, estetica e storia, si annulla l’anima profonda delle opere d’arte trasformandole in mito senza storia. In passato ho espresso questa mia convinzione a proposito di alcune opere d’arte fiorentine come il Battistero, il Salone dei Cinquecento, il David di Michelangelo. Ritengo che questo valga anche per Primo Conti, di cui si celebra in questi giorni il centenario della morte. Vorrei riferire una testimonianza relativa a un’opera di cui fui a suo tempo committente: il grande crocifisso della chiesa dell’Isolotto a Firenze. Il maestro mi fu presentato dall’architetto Morozzi a cui il cardinale Dalla Costa aveva commissionato il progetto della chiesa. Conti accettò di dipingere un Cristo che esprimesse partecipazione alla sofferenza del mondo non solo nella inevitabile dimensione della «resa» ma anche in quella del riscatto, della «resistenza» e della protesta, dimensione contenuta nel grido evangelico del crocifisso morente «Dio mio perché mi hai abbandonato». La storia in quel tempo, si tratta della fine anni ’50, ci portava con forza inaudita verso un cristianesimo incarnato nel mondo dei «poveri» e aperto alla loro speranza di riscatto storico e non solo trascendentale. Si stava tessendo quella trama sottile e in parte sotterranea di esperienze che poi sfocerà nel Concilio. Era il tempo, tanto per dare coordinate note, delle esperienze pastorali di don Mazzolari e di Milani. L’assetto funzionale della chiesa della «città satellite» voluta da La Pira doveva rispecchiare quel clima etico e sociale. Fu la prima chiesa della Firenze moderna e forse d’Italia che ebbe l’altare voltato verso la gente e non verso il muro, con grande scandalo dei benpensanti. E fu la prima chiesa con un crocifisso non solo sofferente ma anche proteso, almeno nelle intenzioni infine condivise da Primo Conti, verso il riscatto storico della sofferenza e del supplizio. Più che nella espressione del morente il maestro riuscì forse ad incidere quel senso di riscatto negli spazi pittorici che avvolgono il Cristo, sull’esempio delle icone medioevali, come delle ali che richiamano il volo e la liberazione. Fu difficile per Primo Conti condiscendere a una tale prospettiva etica? Ebbe resistenze? Certo la sua storia nota di scelte ideologiche e di vita non lo aiutava. E in effetti ci furono scambi vivaci. Alla fine però accettò di prestare la sua arte a una chiesa che dopo due anni, nel 1959, avrebbe aperto la porta agli operai delle Officine Galileo che stavano occupando la più grande fabbrica fiorentina, ospitando una loro assemblea popolare. Il Cristo di Conti accolse con le sue «ali» questi lavoratori per la maggior parte «scomunicati» e volò con la loro ansia di liberazione condividendo anche la sconfitta. Ritrovai Primo Conti dopo il ’68. Licenziato dall’ufficio di parroco ero stato assunto da un artigiano elettricista che curava anche la manutenzione della villa del maestro a Fiesole. Nei momenti di pausa dal lavoro riprendemmo il discorso sul crocifisso e il pittore mi confidò che quella era l’opera a cui era più affezionato proprio per il suo contenuto etico il quale contrastava con alcune sue scelte ma appunto per tale contrasto aveva dato completezza e profondità alla sua vita.

Enzo Mazzi, su Repubblica del 23/09/2001

Don Luca Mazzinghi inaugura un format che ci auguriamo possa essere ripreso e sviluppato da altri: una serie di brevi filmati di 10 minuti di introduzione alla Bibbia che usciranno uno al giorno sul canale YouTube del Vicariato di Porta San Frediano.
Di seguito trovate il link al canale, e potete visualizzare direttamente i filmati in calce

Canale youtube del Vicariato di Porta S. Frediano

Edificio di antico patronato dei Mannelli (è ancora visibile il loro stemma), dai quali passò poi agli Antinori. La denominazione deriva dalla località “La Querce” dove l’illustre famiglia aveva una villa di campagna.

A pianta ottagonale, voltato a cupola, riprendente schemi brunelleschiani, l’oratorio è preceduto da un portico tamponato nel Seicento, sulle cui pareti vi sono resti di affreschi attribuiti a Paolo Schiavo (Natività e cavalcata dei Magi al centro, ai lati San Cristoforo e Annunciazione con forse San Giuliano), cui si deve anche la decorazione dell’interno con i santi Francesco, Quirino martire e Giovanni Battista tra angeli, gli Evangelisti nei pennacchi e la tavola con l’Assunzione, firmata e datata 1460. Il pavimento è in maiolica di Montelupo. Venne restaurato nel 1898 e in epoca più recente dagli Antinori. Fu la prima chiesa del rione dell’Isolotto, ed è ancora adibita al culto.

Accanto all’oratorio un tabernacolo conserva resti di affreschi attribuiti al Maestro di Signa (1440-1450 circa): si trovava in antico all’inizio della via, nel tratto che fu demolito per creare piazza Pompeo Batoni.

Attualmente è chiuso a causa degli spazi troppo angusti per incrociarsi in sicurezza in tempo di pandemia.