Materiale tratto dal Libro “Isolotto 1954-1969” – disponibile in fondo a questa pagina – e presentato in Fiaba il 4 ottobre 2025 dalla Comunità dell’Isolotto in occasione della celebrazioni dei 70 anni della parrocchia.

L’inizio

6 novembre 1954. Vengono assegnati all’Isolotto i primi alloggi dell’INA-Casa. Circa tremila persone si trovano ad un tratto insieme senza essersi mai conosciute in precedenza. Gli emigrati del Sud, i profughi istriani e greci, alluvionati del Polesine, le famiglie di San Frediano e di Santa Croce (i quartieri più popolari di Firenze) e quelle provenienti dalla campagna, gli sfrattati e quelli che provengono dai centri per gli sfollati devono dare vita ad un nuovo quartiere. L’entusiasmo all’inizio è grande, ma gli ostacoli sono innumerevoli e consistenti. Mancano tradizioni ed esperienze comuni. Manca ogni strumento di vita comunitaria per crearne di nuove. Il quartiere è totalmente privo di negozi, bar, locali di ritrovo, strade, scuole, chiesa, ambulatori, servizi di trasporto. Insomma ci sono solo tante case e tanta disponibilità umana.
Intorno al nuovo quartiere esistono vecchi gruppi di case cadenti e alcune case coloniche: la Cateratta, la Querce, il Crocifisso, il Lazzeretto (un gruppo di baracche adibito a centro sfrattati). Vi abitano in tutto trecento famiglie.
Il nuovo quartiere, la città satellite nell’idea del sindaco Giorgio La Pira che lo inaugura insieme al vescovo Elia dalla Costa, sorge in un territorio a sud ovest rispetto al centro di Firenze, da sempre destinato ad attività agricole e a discarica di rifiuti.

“Create anche voi, in questa città satellite – disse il sindaco – un focolaio di civiltà: ponete a servizio dei più alti ideali dell’uomo i talenti di cui voi siete ricchi, fate che in questa città satellite sia coltivato, per le generazioni future, un seme fecondo di bene e di civiltà”.

Il cardinale Elia dalla Costa designa come parroco del nuovo quartiere dell’Isolotto don Enzo Mazzi, un giovane prete (era nato nel 1927 a Borgo San Lorenzo ed era stato ordinato sacerdote nel 1949. Ma all’Isolotto non c’erano né la chiesa né la canonica; quindi, le funzioni religiose venivano celebrate nella cappellina di via palazzo dei diavoli e il parroco viveva in una delle case del quartiere (strada N, numero 3 interno 1).
In realtà don Mazzi avrebbe voluto fare il missionario: ”Finalmente mi decisi. Una mattina mi recai dal Cardinale Elia Dalla Costa, l’arcivescovo di Firenze e gli dissi: desidero fare il missionario. E gli elencai le virtù delle realtà che avevo visitato [a Bindua la comunità dei piccoli fratelli, Bergamo, Nomadelfia, ndr]. Si, il missionario lo farai, mi rispose deciso quasi avesse già prevista la mia richiesta. Ma qui in diocesi, all’Isolotto. Nessuno ci vuole andare è un quartiere nuovo, pieno d’immigrati, non ci sono ancora le strade, non c’è la chiesa, non avrai la casa canonica. Dovrai arrangiarti. Mi prese alla sprovvista e gli risposi che ci dovevo pensare. Pensaci, ma torna domani mattina a dirmi di si, furono le sue parole prima di congedarci”.

Fino dai primi contatti con la popolazione, nel marzo del 1955 emerge il bisogno di un locale dove potersi incontrare. Don Mazzi prende in affitto alcuni ambienti in via Palazzo dei Diavoli e viene costituito un centro sociale diretto da alcuni assistenti sociali stipendiati dalla Pontificia opera di assistenza. Il card. Dalla Costa segue da vicino e sostiene l’iniziativa. Nel Centro sociale c’è il doposcuola, la biblioteca, l’asilo nido, una sala per riunioni e alcuni locali di ritrovo.

Per mantenere il Centro sociale aperto a tutti, indipendentemente dalle convinzioni politiche, secondo il desiderio della massa del popolo, si dovranno fare acrobazie e discussioni a non finire.

Le scelte pastorali

Nel luglio 1957 don Sergio Gomiti viene mandato all’Isolotto come vicario cooperatore dal Cardinale Dalla Costa. Nato nel 1931 in una frazione del comune di Bagno a Ripoli da padre socialista e madre fervente cattolica, trova spontaneo accogliere pienamente una ricerca di vita sacerdotale e una linea pastorale che corrispondono alle proprie aspirazioni. Anch’egli di famiglia del popolo, era uscito dal seminario desideroso di spendere la vita nel distacco dalla propria famiglia e dagli interessi personali, nel rifiuto della logica della sistemazione, nella disponibilità al Vescovo per un servizio disinteressato verso i più umili. Fu accolto come un fratello e in poco tempo nessuno fece più alcuna differenza fra lui e don Mazzi.
Il 22 dicembre 1957 viene consacrata la nuova chiesa intitolata a Beata Vergine Maria Madre delle Grazie. Nella chiesa l’altare è collocato in modo che il celebrante sia rivolto verso i fedeli, anticipando le indicazioni formulate in occasione del Concilio Vaticano II.
Da subito la celebrazione della messa, in latino, è caratterizzata dalla traduzione in italiano da parte di un gruppo di giovani dotati di microfono e amplificatore.

Il 5 dicembre 1957 don Mazzi nell’omelia della domenica dice, fra l’altro: ”Questo messaggio vorrei che entrasse nelle vostre menti, nella vostra vita: che incominciasse a bruciare in voi come brucia dentro di me tanto da fare dell’Isolotto una vera simpatica famiglia dove tutti indistintamente, senza distinzione di origine, educazione, occupazione, senza distinzioni economiche o politiche, si cerchi di volersi bene, di aiutarsi, di collaborare alla soluzione di tanti problemi che è urgente risolvere”.
“Abbiamo capito che non bastava essere fratelli fra noi. Se volevamo che la nostra fraternità fosse non un’ipocrisia, ma un segno vero dell’amore del Padre, dovevamo partecipare il più attivamente possibile alla sorte dei poveri. Non si trattava di ricercare la povertà per sé stessa, come una bella virtù, come un elemento di santità personale.
La povertà non è una virtù, ma un male da combattere: il frutto di un peccato sociale che occorre stigmatizzare ed eliminare.
Noi sentivamo e sentiamo la forte esigenza di far parte del mondo dei poveri, di partecipare alla sorte dei rifiutati, di far nostra la sete di giustizia degli oppressi. Solo diventando a fatti (non a parole) fratelli degli ultimi si ha il diritto di parlare di fraternità autentica. Altrimenti si rimane nel campo dell’ipocrisia”.
Scrive don Gomiti: “nella mia parrocchia di provenienza avevo spesso sentito parlare dei nostri e degli altri, un linguaggio comune a molti preti e a molti cristiani. I nostri erano i praticanti e i democristiani, gli altri i non praticanti, i socialisti e i comunisti, addirittura scomunicati nel 1949. Mi inserii subito perché trovai corrispondenza alle mie esigenze: una parrocchia che doveva essere una famiglia, senza quelle discriminazioni che mi avevano fatto soffrire fino da ragazzo: la guerra fra i cattolici e i comunisti, tra credenti e non credenti, guerra che soprattutto nei paesi, dove si conoscono tutti, era motivo di divisione non solo fra le famiglie ma anche all’interno della medesima famiglia.”

La catechesi

Il catechismo dell’Isolotto, pubblicato nel 1969 dalla Libreria Editrice Fiorentina con il titolo originale “Incontro a Gesù” ma utilizzato sino dalla fine degli anni ’50, è una elaborazione collettiva fatta da catechisti, sacerdoti, maestri e si struttura in due parti: un libretto strutturato in 24 sezioni-riunioni e una raccolta di schede operative con immagini e proposte per i ragazzi.
Nell’introduzione del libretto si scrive: “L’itinerario verso la conoscenza e la comunione con Gesù, che proponiamo, è frutto della esperienza vissuta dalla nostra comunità parrocchiale. Non si tratta di un aggiornamento del catechismo fatto per amore di novità. Il presente itinerario è frutto di un lavoro di oltre 10 anni, durante i quali la comunità parrocchiale ha cercato il modo migliore di iniziare i suoi ragazzi al mistero di Gesù.
Si sono utilizzate, via via, tutte le preziose indicazioni dei vari movimenti di rinnovamento che hanno arricchito la Chiesa del nostro tempo e in special modo quelle del movimento catechistico. Ma soprattutto si è fatto tesoro della esperienza pratica vissuta dalla parrocchia stessa nel suo cammino di fede”.

Incontro a Gesu

 

Incontro a Gesu -Schede

I due documenti sono scaricabili dal sito della Comunità dell’Isolotto https://www.comunitaisolotto.org/libri-catalogo/

L’impegno

In campo sociale, la parrocchia non ha mai avuto organizzazioni proprie, ma ha vissuto col ritmo stesso della vita del quartiere, della città e del mondo, favorendo e servendo in ogni modo l’unione di tutti gli uomini di buona volontà.
Lo stesso spazio della Chiesa venne aperto ai cittadini: in canonica vennero alloggiati due nuclei familiari che si erano costituiti con l’obiettivo di accogliere in affidamento bambini orfani o in difficoltà, ma anche per dare una casa a ex-carcerati e un luogo di incontro ai disabili. Infatti, nel 1958, dopo che don Mazzi e don Gomiti avevano deciso di ritirarsi in alcune stanze al pianterreno e nel seminterrato, il resto della struttura della canonica fu messo a disposizione di due esperienze di casa-famiglia con la particolarità che le due “mamme” non erano sposate e che tutta la comunità partecipava alla gestione dei bambini e dei ragazzi provenienti dall’Ospedale degli Innocenti e da altre strutture cittadine.
Altri locali furono affittati e destinati all’asilo infantile, allora l’unico del quartiere. L’ambiente esterno venne anch’esso affittato, e vi fu costruita una piccola fabbrica, la FIABA, con l’accordo di fare assumere i ragazzi del quartiere e di coinvolgere il laboratorio per invalidi, il LIDI, situato nel locale attiguo. Infine, gli scantinati della chiesa divennero la sede di un gruppo scout cattolico (Asci) che coinvolse negli anni numerosi ragazzi del quartiere. Attraverso la corresponsabilità dei laici, le attività parrocchiali divennero un servizio per tutto il quartiere.

L’alluvione del 4 novembre ’66, fu un evento che rafforzò ampiamente la coesione sociale nel nuovo quartiere: in quel tragico momento nacquero i primi comitati di soccorso, ai quali faranno seguito l’esperienza della scuola popolare, dei doposcuola e dei comitati di quartiere. Già il 5 novembre la mobilitazione popolare sorse spontaneamente, uomini e donne dell’Isolotto si ritrovarono in chiesa, l’ambiente più ampio a disposizione nel quartiere, per organizzare i primi soccorsi. La chiesa nei giorni e mesi successivi divenne un vero e proprio magazzino dove furono depositati viveri e vettovaglie provenienti da tutta Italia. Questo comitato spontaneo fu, dopo una settimana di vita, riconosciuto ufficialmente dal Comune come “Centro comunale di soccorso” e in breve si collegò con gli altri comitati della città.
Furono i comitati ad individuare gli appartamenti sfitti e a promuoverne l’occupazione da parte delle famiglie alluvionate, a fare i primi censimenti dei danni subiti dagli artigiani, dagli esercenti e, più in generale, dagli abitanti delle zone colpite.
La chiesa si era provvisoriamente trasformata in un deposito per i viveri che affluivano da altre città. Quel consigliere comunista che guidava la colonna di soccorso di Reggio Emilia ci confessò che non avrebbe mai pensato di far scaricare le casse in una chiesa.

La lotta per la pace nei modi in cui è stata condotta all’Isolotto risponde all’esigenza di compiere comunitariamente una vera maturazione.
La lotta per la pace costituisce oggi per il rione un impegno di primaria importanza affinché in tutti maturi un netto rifiuto della guerra, rifiuto che non resti generico, ma che passi attraverso una chiara distinzione tra oppressori e oppressi.
Insieme al rione la comunità parrocchiale sta realizzando questa maturazione, strettamente legata alla predicazione del Vangelo.
Ed è in questo itinerario che vanno collocate le due iniziative per la pace che riuscirono a realizzare la più larga partecipazione popolare:
– per la Pasqua 1967 la parrocchia dell’Isolotto espresse in una lettera al Papa (firmata in chiesa da circa duemila persone) il disagio di celebrare la Resurrezione nel momento in cui un popolo composto nella quasi totalità di cristiani e in buona parte di cattolici, è responsabile del genocidio che si compie nel Vietnam.
– la Vigilia di Natale fu dedicata ad una veglia di penitenza a cui presero parte più di duemila persone ascoltando o leggendo testimonianze e documenti di vita e partecipando alle recitazioni corali della Bibbia

Il ’68 e il dissenso cattolico

La contestazione cattolica ha avuto una sua cronologia che ha come data di partenza la chiusura del concilio Vaticano II nel dicembre 1965, una molteplicità attori, e alcune specificità: è stata un effetto delle trasformazioni interne alla Chiesa ed è andata oltre il dissenso nella Chiesa, infatti è diventata un fenomeno internazionale ma ha assunto forme e parole d’ordine che si inseriscono nel contesto dei rapporti tra Chiesa e politica italiana nel Novecento ed ha avuto alcune vicende-simbolo.
Il 14 settembre 1968, la polizia sgombra il Duomo di Parma occupato da una quarantina di cattolici dissidenti che vogliono che il Vangelo sia compreso dai poveri e non finanziato dai ricchi. La contestazione era iniziata quando era stato reso noto che il vescovo della città aveva deciso di costruire una nuova chiesa con i contributi offerti dalla locale Cassa di Risparmio. Nella dichiarazione degli occupanti si leggeva, tra l’altro, “…E’ ora che la gerarchia ecclesiastica abbia il coraggio di fare una scelta discriminante a favore dei poveri contro il sistema capitalistico…”. Era la prima occupazione di una cattedrale attuata da cattolici, mentre, nel 1967, era stata occupata la Cattolica di Milano.
Il 22 settembre la comunità parrocchiale dell’Isolotto scrive una lettera e distribuisce un ciclostilato di solidarietà agli occupanti di Parma, in cui si critica una chiesa che “ammette indiscriminatamente alla mensa eucaristica sfruttati e sfruttatori”. Centocinquanta parrocchiani scrivono lettere di solidarietà ai “profanatori” di Parma. Si chiede che la Chiesa sia a fianco degli oppressi.
Il cardinale Florit, succeduto a Elia Dalla Costa quale vescovo di Firenze, crede di vedere in questa mossa che viene considerata una “minaccia marxista” l’ombra di Don Mazzi, e per iscritto, il 30 settembre, gli intima di ritrattare pubblicamente o di dimettersi. “O sei disposto a ritrattare pubblicamente un atteggiamento così offensivo verso l’autorità della chiesa, oppure intendi dimetterti dall’ufficio di parroco”.
Il 9 ottobre si tenne un’assemblea durante la quale fu letta e discussa la lettera del Vescovo. In tale assemblea una grande maggioranza stabilì che la lettera riguardava tutta la popolazione della parrocchia
“Questa lettera del Cardinale pone a tutti noi interrogativi che ci chiamano collettivamente in causa:
1. La condanna del Vescovo riguarda solo don Mazzi?
Tutto il quartiere dell’Isolotto è coinvolto in tale condanna, perché la maggioranza del popolo ha partecipato attivamente alla realizzazione di una parrocchia che fosse veramente una famiglia al servizio dei più umili.
2. Le idee condannate dal Vescovo sono di don Mazzi o sono della maggioranza di noi?”

Dalla fine di settembre del 1968 nella parrocchia dell’Isolotto si susseguono freneticamente riunioni e assemblee, vengono scritte lettere e comunicati, ci sono scambi di lettere con il cardinale Florit, tutte in maniera collettiva. Il popolo dell’Isolotto organizza una serie di proteste a sostegno di don Mazzi.
Il 31 ottobre 93 sacerdoti della diocesi di Firenze scrivono una lettera a don Mazzi [1] che viene letta durante una assemblea nella chiesa dell’Isolotto a cui partecipano migliaia di persone, al termine della quale viene presa una decisione collettiva di rispondere comunitariamente all’arcivescovo.
La situazione arriva all’epilogo il 4 dicembre 1968 con il decreto di rimozione di don Mazzi da parroco dell’Isolotto; “… .ti rimuovo a tutti gli effetti dall’ufficio di parroco della B.M.V. Madre delle Grazie all’Isolotto, fermi restando il tuo diritto di ricorrere alla Santa Sede ed il mio dovere di provvedere convenientemente alle tue necessità economiche…”
Il 5 dicembre la comunità parrocchiale replica al decreto di rimozione con un comunicato: “… E’ stato colpito il pastore per disperdere il gregge». Il gregge non si disperderà: l’esperienza seguita in quattordici anni di vita comunitaria ci ha maturati tutti ed ha toccato a fondo le nostre coscienze. Il decreto vescovile sarà per noi una occasione
di ulteriore autonoma maturazione della nostra esperienza. Sapremo trovare le forme ed i metodi concreti per testimoniare durevolmente la nostra linea, la nostra volontà, la nostra fede. Perciò in questi giorni la Chiesa viene aperta ad un’assemblea permanente che dia alla gente la possibilità di ritrovarsi, discutere, maturare idee e programmi di lavoro…”
Il 6 dicembre don Sergio Gomiti, dopo un incontro di persona con il cardinale, gli invia la lettera di dimissioni da parroco della Casella (era stato nominato nel 1965 e sostituito come viceparroco all’Isolotto da don paolo Caciolli): “… il decreto di rimozione che ingiustamente colpisce la parrocchia dell’Isolotto, colpisce allo stesso modo anche il parroco e la parrocchia della Casella. Non esistono per noi cavilli giuridici o tattiche ipocrite che possano nascondere questa realtà. Pertanto, don Sergio Gomiti, parroco della Casella con il titolo della parrocchia della Pentecoste a S. Bartolo a Cintoia si considera rimosso dall’ufficio di parroco della parrocchia suddetta dalla stessa data del 4 dicembre 1968.”

[1] Caro don Mazzi,
in un momento così decisivo della tua esperienza pastorale e della vita della tua comunità, per il comune ministero sacerdotale che ci stringe in una medesima responsabilità all’interno della Chiesa fiorentina, sentiamo il bisogno di esprimerti la nostra partecipazione. Siamo consapevoli che sia i fedeli che le comunità particolari hanno nella Chiesa dei carismi da esprimere e da custodire con fedeltà, anche se riteniamo che le loro forme concrete d’attuazione, nei singoli casi, non sono da noi perfettamente valutabili e pertanto non necessariamente sempre e del tutto accettabili.
Sappiamo anche che dinanzi a questi carismi, che a volte sono difficili da comprendere e da giudicare, vi sono, in vista del bene comune, i compiti di chi ha il servizio dell’autorità e i compiti di chi con cristiana libertà si sente dinanzi ad essi, quasi richiamato e giudicato dallo Spirito Santo. Intendiamo esprimerti la nostra riconoscenza: ci hai costretto a ripensare con più rigorosa serietà al modo in cui viviamo la nostra responsabilità pastorale in seno alla nostra comunità “in maniera da dimostrare la materna sollecitudine della Chiesa verso tutti gli uomini, sia fedeli sia non fedeli, facendo segno di una particolare premura i poveri e i più deboli, memori che a questi siamo mandati dal Signore ad annunciare il vangelo (Cristus Dominus, 13).
Abbiamo inoltre maturato la convinzione di adoperarci con rinnovata decisione perché la testimonianza della tua comunità sia a vantaggio e a edificazione della comunità ecclesiale, comunione che non può non essere al vertice di ogni nostra ricerca e che ci costringe di volta in volta al superamento di ogni forma di divisione.
Firenze, 31 ottobre 1968

Lo strappo

Il 30 dicembre 1968 don Bruno Borghi, parroco di Quintole, invia una lettera al cardinale Florit con la quale si dimette dall’ufficio di parroco: “…motivi della decisione sono prima di tutto e principalmente la convinzione personale che l’attuale «condizione» del parroco è in contrasto con la mia decisione di essere operaio.
Quello che ha scritto a don Mazzi il 30.12.1968 ha confermato le mie convinzioni, anche se le Sue parole mi hanno riempito di una grande amarezza. Lascio la parrocchia anche per un altro motivo. Desidero dire, in questa maniera, la mia amicizia e la mia solidarietà a Enzo, Paolo, Sergio e le parrocchie dell’Isolotto e della Casella. Mi sento colpito dagli stessi provvedimenti che hanno colpito i miei amici e fratelli.”
Il 5 gennaio 1969 il delegato della curia mons. Alba, ricevendo il diniego dai presenti alla proposta di celebrare la messa nella chiesa dell’Isolotto, sporge denuncia e il 14 gennaio 1969 il procuratore della Repubblica di Firenze denuncia 11 laici e 5 sacerdoti “per i reati di …istigazione a delinquere … perché, in concorso fra loro, la sera del 4 gennaio 1969, in Firenze e precisamente nella chiesa dell’Isolotto, luogo aperto al pubblico e alla presenza di numerose persone, pubblicamente istigavano ad impedire la celebrazione delle Messe che il giorno successivo dovevano essere celebrate nella chiesa dell’Isolotto da parte di mons. Ernesto Alba, delegato dell’Arcivescovo di Firenze … turpiloquio … turbamento di funzioni religiose del culto cattolico… perché, in Firenze, e precisamente nella chiesa dell’Isolotto, il 5 gennaio 1969, in concorso fra loro e con altre persone allo stato non identificate, impedivano la celebrazione delle Messe delle ore 11 e 12 …”
Nei giorni successivi circa 900 persone si autodenunciano sottoscrivendo una lettera di corresponsabilità “…desideriamo quindi ribadire quanto tutti noi ci siamo sentiti
partecipi e responsabili delle decisioni prese in ogni assemblea compresa quella del 4 gennaio. Chiediamo che venga pienamente riconosciuta la testimonianza di dignità e di civiltà, che sempre abbiamo dato, e la nostra costante volontà di rispettare la libertà di tutti nella giustizia e nella verità…”
Il processo si svolgerà nel 1971 e si concluderà con l’assoluzione di tutti gli imputati perché “il fatto non sussiste”.

La riconsegna delle chiavi

Dopo il decreto di rimozione di don Mazzi da parroco dell’Isolotto si pone la questione della riconsegna dei locali della parrocchia alla curia.
Il 23 gennaio 1969 nella chiesa dell’Isolotto sono raccolte più di duemila persone. Alle 22 arriva mons. Panerai accompagnato da un delegato dell’ufficio amministrativo della Curia. Mons. Panerai parla in tono conciliante, dice che l’atto della riconsegna delle chiavi non segna la fine dell’esperienza dell’Isolotto, nella quale riconosce molti aspetti positivi; che tutto potrà continuare come prima.
In un’atmosfera molto tesa, la gente interviene, replica: “Come fate a dire che tutto andrà come prima? Prima la chiesa era aperta a tutti; invece, appena arrivate voi, la chiesa viene chiusa”.
[…]
Noi, assemblea del popolo di Dio dell’Isolotto, qui riuniti davanti a Dio e agli uomini, dichiariamo di condividere in tutto e per tutto il pensiero espresso in questa nostra assemblea dal nostro parroco don Enzo Mazzi. Davanti a Dio e davanti al tribunale degli uomini noi intendiamo assumerci la responsabilità morale, civile, penale di tutto quanto abbiamo detto attraverso la bocca del nostro don Enzo”.
Nel momento in cui don Mazzi consegna nelle mani di mons. Panerai le chiavi della canonica, le persone presenti, spontaneamente, mostrano le chiavi delle proprie case dicendo che la chiesa è la casa di tutti e che sono pronti a consegnare anche quelle di casa propria.
Dopo la riconsegna delle chiavi la chiesa dell’Isolotto rimarrà chiusa fino all’agosto del 1969.

Riferimenti bibliografici

Isolotto 1954-1969, comunità dell’Isolotto, Laterza, 1969

Enzo Mazzi, tracce per una biografia, a cura di Luciana Angeloni, 2018

Sergio Gomiti, Il racconto di una scelta e di una esperienza, a cura di Luciana Angeloni, 2019

Isolotto: dalle prime case del nuovo quartiere alle vicende della comunità, Eva Pavone, 2005

L’Isolotto, una comunità fa Vangelo e diritto canonico, Sergio Gomiti, il pozzo di Giacobbe, 2014

I cattolici italiani nel ’68. Dal concilio al dissenso, Alessandro Santagata, Oikonomia, 2018

Archivio Storico della Comunità dell’Isolotto, www.comunitaisolotto.org

Le chiavi di una storia. La comunità dell’Isolotto, di Federico Micali
https://www.repubblica.it/spettacoli/mymovies-one/2024/11/06/video/le_chiavi_di_una_storia_la_comunita_dellisolotto-423600931/

Video dell’incontro del 4 ottobre 2025

 

Libro “Isolotto 1954-1969”

Il libro esprime certamente il punto di vista retrospettivo della Comunità dell’Isolotto, ma i fatti sono ben documentati.

Isolotto1954-69ottobre2019

Anche questo libro è scaricabile dal sito della Comunità dell’Isolotto https://www.comunitaisolotto.org/libri-catalogo/

IN COSTRUZIONE

 

IN COSTRUZIONE

 

Una diramazione dell’Arno formante un isolotto in riva sinistra diede il nome, anticamente, ad un’area estesa in cui, negli anni cinquanta, si individuò il luogo adatto per fare nascere una “città satellite”. Con l’aumento della popolazione si rese necessaria la costruzione di una nuova chiesa, risultando ormai inadeguato un preesistente oratorio. I lavori iniziarono nel 1952 su progetto dell’architetto Guido Morozzi e la consacrazione avvenne il 22 dicembre 1957 dal cardinale Elia Dalla Costa.

Descrizione

L’esterno è semplice e lineare, in linee moderne essenziali, rivestito quasi interamente con pietra forte. Nell’interno, a croce latina, di notevole interesse sono il Crocifisso dell’altar maggiore con a fianco due tavole di Primo Conti, la Madonna col Bambino e Cristo risorto.

Il Crocifisso

Conti pittore ‘di destra’ e il crocifisso degli operai

Le opere d’arte non di rado hanno un’anima profonda quanto è profonda e complessa l’esistenza dei loro autori. Il rapporto fra estetica e vita è sempre stato problematico appunto a causa di tale complessità. E quando si semplifica pretendendo di separare estetica ed etica, estetica e contesto di vita, estetica e storia, si annulla l’anima profonda delle opere d’arte trasformandole in mito senza storia. In passato ho espresso questa mia convinzione a proposito di alcune opere d’arte fiorentine come il Battistero, il Salone dei Cinquecento, il David di Michelangelo. Ritengo che questo valga anche per Primo Conti, di cui si celebra in questi giorni il centenario della morte. Vorrei riferire una testimonianza relativa a un’opera di cui fui a suo tempo committente: il grande crocifisso della chiesa dell’Isolotto a Firenze. Il maestro mi fu presentato dall’architetto Morozzi a cui il cardinale Dalla Costa aveva commissionato il progetto della chiesa. Conti accettò di dipingere un Cristo che esprimesse partecipazione alla sofferenza del mondo non solo nella inevitabile dimensione della «resa» ma anche in quella del riscatto, della «resistenza» e della protesta, dimensione contenuta nel grido evangelico del crocifisso morente «Dio mio perché mi hai abbandonato». La storia in quel tempo, si tratta della fine anni ’50, ci portava con forza inaudita verso un cristianesimo incarnato nel mondo dei «poveri» e aperto alla loro speranza di riscatto storico e non solo trascendentale. Si stava tessendo quella trama sottile e in parte sotterranea di esperienze che poi sfocerà nel Concilio. Era il tempo, tanto per dare coordinate note, delle esperienze pastorali di don Mazzolari e di Milani. L’assetto funzionale della chiesa della «città satellite» voluta da La Pira doveva rispecchiare quel clima etico e sociale. Fu la prima chiesa della Firenze moderna e forse d’Italia che ebbe l’altare voltato verso la gente e non verso il muro, con grande scandalo dei benpensanti. E fu la prima chiesa con un crocifisso non solo sofferente ma anche proteso, almeno nelle intenzioni infine condivise da Primo Conti, verso il riscatto storico della sofferenza e del supplizio. Più che nella espressione del morente il maestro riuscì forse ad incidere quel senso di riscatto negli spazi pittorici che avvolgono il Cristo, sull’esempio delle icone medioevali, come delle ali che richiamano il volo e la liberazione. Fu difficile per Primo Conti condiscendere a una tale prospettiva etica? Ebbe resistenze? Certo la sua storia nota di scelte ideologiche e di vita non lo aiutava. E in effetti ci furono scambi vivaci. Alla fine però accettò di prestare la sua arte a una chiesa che dopo due anni, nel 1959, avrebbe aperto la porta agli operai delle Officine Galileo che stavano occupando la più grande fabbrica fiorentina, ospitando una loro assemblea popolare. Il Cristo di Conti accolse con le sue «ali» questi lavoratori per la maggior parte «scomunicati» e volò con la loro ansia di liberazione condividendo anche la sconfitta. Ritrovai Primo Conti dopo il ’68. Licenziato dall’ufficio di parroco ero stato assunto da un artigiano elettricista che curava anche la manutenzione della villa del maestro a Fiesole. Nei momenti di pausa dal lavoro riprendemmo il discorso sul crocifisso e il pittore mi confidò che quella era l’opera a cui era più affezionato proprio per il suo contenuto etico il quale contrastava con alcune sue scelte ma appunto per tale contrasto aveva dato completezza e profondità alla sua vita.

Enzo Mazzi, su Repubblica del 23/09/2001

Don Luca Mazzinghi inaugura un format che ci auguriamo possa essere ripreso e sviluppato da altri: una serie di brevi filmati di 10 minuti di introduzione alla Bibbia che usciranno uno al giorno sul canale YouTube del Vicariato di Porta San Frediano.
Di seguito trovate il link al canale, e potete visualizzare direttamente i filmati in calce

Canale youtube del Vicariato di Porta S. Frediano

In Via Palazzo dei Diavoli sorge un autentico gioiello della seconda metà del ‘400 conosciuto come Oratorio della Madonna della Querce. In attesa della chiesa parrocchiale di Santa Maria Madre delle Grazie, costruita tra il 1952 e il 1957, i fedeli del quartiere poterono usufruire, come luogo di culto di questa piccola cappella. Il nome deriva da un antica denominazione dell’area, detta appunto “La Querce”. È qui che la famiglia Mannelli era proprietaria di una villa in campagna ed è qui che commissionò l’edificazione di una cappella che si trovava in origine prospiciente all’ingresso della villa stessa.

I Mannelli, uomini d’arme e ricchi banchieri, sono i protagonisti di un celebre episodio legato alla storia del Corridoio Vasariano. Siamo nel 1565 quando il duca di Firenze, Cosimo I dei Medici, commissionò all’architetto di corte Giorgio Vasari, un percorso aereo per collegare in maniera sicura ma prestigiosa Palazzo Vecchio a Palazzo Pitti, attraversando il fiume Arno all’altezza del Ponte Vecchio. Alla fine del ponte, prima di entrare in Oltrarno, il Corridoio Vasariano interrompe il suo percorso rettilineo per “abbracciare” una casa torre, quella dei Mannelli appunto. La famiglia si oppose al volere di Cosimo che prevedeva l’ attraversamento della torre con il suo camminamento privato. Cosimo decise di accettare il rifiuto dei Mannelli pronunciando la celebre frase: “Ciascheduno è padrone a casa sua”.

L’oratorio, a pianta centrale, voltato a cupola, ricorda l’architettura della Cappella Pazzi in Santa Croce, celebre opera di Filippo Brunelleschi. Entrando nell’oratorio, oltre la porta d’ingresso, si è subito accolti in quello che fu un portico, un tempo affacciato sulla strada e poi tamponato nel Seicento, con affreschi attribuiti a Paolo Schiavo. La Natività e Cavalcata dei Magi al centro, ai lati un San Cristoforo e Annunciazione. A Paolo Schiavo, pseudonimo di Paolo di Stefano Badaloni (Firenze, 1397 – Pisa, 1478), si deve anche la decorazione dell’interno con gli Evangelisti nei pennacchi e i santi Francesco, Quirino martire e Giovanni Battista tra angeli, dipinti ad affresco ai lati della pala d’altare.

La tavola raffigura l’Assunzione ed è firmata e datata 1460. Paolo Schiavo dipinge la Madonna nel’atto di consegnare la cintola della propria veste a San Tommaso. La scelta di dipingere questo soggetto non è casuale; l’oratorio si trova infatti sulla strada che porta a Prato dove, all’interno del Duomo di Santo Stefano è conservata dal 1172 la Sacra Cintola della Vergine. A Prato, nel 1392 è Agnolo Gaddi, il più celebre artista del tempo, ad affrescare la Cappella del Sacro Cingolo e negli anni ’30 del ‘400 sono Donatello e Michelozzo gli artisti che lavorano al meraviglioso pulpito angolare per l’esterno del Duomo pensato appositamente per l’ostensione della Sacra Cintola. Una reliquia quindi, fonte di grande devozione e meta di pellegrinaggio e per questo celebrata anche nell’Oratorio dei Mannelli dove possiamo immaginare uomini e donne in preghiera nel loro percorso di fede verso Prato.

I Mannelli sono presenti all’interno della cappella con il loro stemma, ovvero lo scudo con le tre sciabole a mezzaluna che torna più volte sia dipinto ad affresco che scolpito in marmo. Splendido il pavimento dell’abside realizzato in maiolica bianca e blu di Montelupo, recentemente restaurato.

Accanto all’oratorio un tabernacolo conserva resti di affreschi attribuiti al Maestro di Signa (1440-1450 circa): si trovava in antico all’inizio della via, nel tratto che fu demolito per creare piazza Pompeo Batoni.